Mi ricordo benissimo dell’Abuelo Marzo Yuk Quetzal che vendeva collane d’ambra a Playa del Carmen all’ombra della Vagabunda e si faceva il bagno col costume alla Tarzan dove una volta le tartarguhe deponevano le uova. Chissà se lui si ricorda di me?
L’Italia vista dagli altri è bellissima, verrebbe voglia di comprare una Canon e andare in giro con un furgone VW per raccontarla.
Quando pensiamo all’altrui felicità,
affidiamo agli altri,
e sogniamo a nostra insaputa,
una nuova forma di realizzazione dei nostri desideri
e ciò può renderci più egoisti di quando pensiamo alla nostra felicità personale.
(da Colori proibiti Yukio Mishima)
Pane al pane foto Nicoletta Valdisteno
Questa mattina abbiamo iniziato bene la giornata parlando con Fabio e Valentina di monete alternative: tra un cornetto e un cappuccino (pagati peraltro con un buono pasto) abbiamo commentato l’articolo scritto sul tema da Ricccardo Luna per Repubblica. All’ordine del giorno avevamo già uno stimolante progetto che propone soluzioni collettive a una comunità aziendale per aumentarne il potere reale d’acquisto. Siamo tutti in cerca di segnali positivi e direi che li abbiamo colti: l’articolo non poteva scegliere giorno migliore per essere pubblicato.
Poi però, tornando a casa, mi sono soffermato sul concetto di moneta alternativa.
L’idea mi piace ma ho bisogno di ridefinire il concetto. Ho osservato che già oggi in molte comunità virtuose (tra queste le Transition Town o gli ecovillaggi) ciò che si produce in eccesso non si vende ma si regala o si scambia “alla pari”.
E’ chiaro che in una visione del genere il ruolo della moneta (seppur alternativa) è fortemente ridimensionato, direi quasi circoscritto, a tutto vantaggio del bene stesso, che è il risultato diretto della abilità del singolo membro della comunità di produrre i beni di cui ha bisogno. Quelli prodotti in eccesso non verranno accumulati ma gli permetteranno di entrare nel magico mondo del baratto.
Quindi la vera moneta è la nostra abilità nel “saper fare”, abilità spesso atrofizzata o non ritenuta necessaria da questo modello di società.
Credo di aver capito solo ora il vero significato dell’espressione “Diamoci da fare”: diamoci “il” da fare, “Scambiamo il nostro saper fare”. Fantastico!
Anche io come molti altri ho iniziato da non troppo tempo a sentire il bisogno di “saper fare”. Credo però che la vera scintilla sia scoccata un grigio mattino di dicembre.
Quel giorno, soprattutto grazie alle insistenze di Nico, per partecipare al corso di panificazione organizzato dalla Università del Saper Fare di Roma avevo deciso di andare al lavoro qualche ora più tardi.
Le mie obiezioni (dovute più che altro al senso del dovere inculcatomi dalla mia benedetta famiglia) sono diventate meno sostenibili quando il portatile che mi consente di lavorare si é auto-fulminato con un gesto fortemente simbolico alla Yukio Mishima,, sottraendosi al suo ruolo centrale e mettendomi di fronte a un bivio senza più alibi.
E’ stato così che ci siamo ritrovati a Casetta Rossa (spazio pubblico per l’autogoverno alla Garbatella, Roma, Italia) a manipolare la nostra preziosissima e ultracentenaria Pasta Madre proveniente dalla Sardegna, fornita dagli “spacciatori” del Pasta Madre Day.
Insieme a noi, intorno a un tavolo, una dozzina di persone: erano prevalentemente donne, che poi abbiamo scoperto essere dedite in buona parte ad attività alternative come yoga prenatale, consulenza su fattorie didattiche, orti urbani, etc etc.
Il bello dell’Università del Saper Fare è che i docenti sono semplicemente persone che hanno imparato a “fare cose” e si mettono a disposizione per insegnarle a chi si avvicina ai corsi. Costi contenutissimi (3-4 euro) e competenze reali: senza troppi preamboli si passa al “fare”, poi chi vuole potrà approfondire o contattare i docenti via mail o sulla pagina di facebook.
Ci siamo imbattuti nei corsi quasi per caso (direi “sharendippamente” visto che il gancio iniziale è arrivato da facebook) anche se stiamo investendo le nostre energie migliori proprio sul percorso virtuoso che porta alla Decrescita Felice.
Un osservatore di parte come me direbbe che ci sarebbero ancora ampi margini di miglioramento sul tema della condivisione di conoscenze “prima” e “dopo” ma, visto che nell’ambiente si respira una moderata resistenza alla tecnologia compensata da una gran voglia di tramandare saperi, per ora va più che bene bene così.
Credo infatti di non aver mai visto un modo più virtuoso di questo di fare knowledge sharing: spontaneo, sereno, efficace. Tanto efficace che da allora la nostra produzione di pane (dolce, salato, alto, basso..) è diventata un modo in più di stare insieme, pensando a un futuro che proprio attraverso il “saper fare” può diventare più nostro proprio mentre torna nelle nostre mani.
Mani in pasta
Fare il pane é tecnicamente abbastanza facile (ma non lo sai davvero finché non ti sporchi le mani), lascia un buon margine alla creatività individuale e poi … mette allegria (mi riferisco soprattutto al momento dell’assaggio del pane appena sfornato, sempre preceduto da una certa impazienza).
Banda della Maglia
Ormai siamo diventati anche noi “spacciatori” di Pasta Madre: la parte eccedente di questo organismo vivente la regaliamo ogni settimana a chi ce ne fa richiesta fornendo (e pochi giorni dopo ricevendo ) consigli in base alla nostra esperienza diretta.
Siamo nel 2012 ed ormai i tempi per un Nuovo Inizio sembrano più che maturi.
Per una volta mettiamo da parte le visioni apocalittiche per vedere in questa impegnativa fase della storia moderna l’opportunità di tornare a fare le cose, magari insieme ad altre persone.
Tra l’altro partecipare a questi corsi migliora notevolmente il senso del luogo in noi “diversamente romani” (sempre pronti a cogliere l’occasione che ci porterà altrove): è una gradevole forma di vicinato elettivo che mi ricorda tanto un mio progettino (dohab.it).
Anche per questo bisogno di sentirci in buona compagnia negli ultimi mesi abbiamo partecipato a quasi tutto quello che ci è capitato (dal corso di Comunicazione Non Violenta a quello di compostaggio), pur mantenendo la nostra libertà di scegliere cosa fa davvero per noi. E sabato ci attende il corso di Permacultura organizzato da Il Cambiamento che (speriamo!) ci aiuterà a ricreare l’esperienza degli Orti (poco) Sociali nel nostro ambizioso spazio condominiale.
Folco Terzani, 42 anni, scrittore e documentarista, autore di “A piedi nudi sulla terra”
PS – siamo qui per imparare e un consiglio ve lo posso dare anche io: prima di dire “si” a tutto ricordatevi di non bere una pinta di birra a stomaco vuoto.
Altrimenti vi troverete come me, unico uomo al corso di uncinetto organizzato dalla Banda della Maglia.
Tecnologia e dieta: “In dieci anni le mie passeggiate in montagna sono diventate decisamente meno “avventurose”, e allora qualche volta spengo il cellulare e incomincio a vagare nei boschi, con la speranza di perdermi e provare quella sottile ebbrezza e quella scarica di adrenalina di chi si perde fuori sentiero“ post su Voices
L’organizzazione resiliente (post di Emanuele Quintarelli): ”It is not the strongest of the species that survive, nor the most intelligent, but the one most responsive to change. In the struggle for survival, the fittest win out at the expense of their rivals because they succeed in adapting themselves best to their environment. (Charles Darwin)”
Quarto capitalismo: “Il futuro è l’artigianato: il lavoro non si cerca, si crea”…”nel paese innovatore per antonomasia, cioè gli Stati Uniti, la causa dei “makers”, di coloro che si fanno le cose da soli, sta guadagnando sempre più consensi. Lo spiega a Linkiesta Stefano Micelli, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari, autore di un saggio dal titolo provocatorio: Futuro Artigiano. “
En lo alto de la pirámide
la luna contempla la ciudad
espectral de los dioses.
Su deífica luz besa cada escalón
al ir descendiendo
lentamente
hasta alcanzar la tierra.
Llega puntual a la cita de amor
el dios Jaguar acecha en la espesura
observa con deleite el descenso del manto
antes de caer a la hierba insinuante
igual que la serpiente.
Ella avanza hacia él sensual
con narcótica sonrisa
se interna entre el follaje inhóspito
que abre sus brazos para acogerla.
La ciudad sagrada de Chichén Itzá
hogar de los valientes itzáes
queda sumida en la penumbra
envuelta en húmeda neblina
inmersa en el espíritu de las cosas.
(..)
Ixchel es inocente blanca y pura
ha perdido su frialdad
desde que se viera reflejada
en los ojos dorados del jaguar.
Él camina entre los árboles callados
la luna lo sigue dócil
como novia rumbo al tálamo.
Kukulkán aguarda
crece su temor por la fragilidad de la diosa
porque el jaguar la ha hipnotizado.
La ciudad siente frío
presiente que caerá una desgracia
sobre su pueblo porque habiendo nubes
no pueden ver la luna.
Creen que la diosa está molesta con ellos
Enloquecidos pintan de azul sus rostros
encienden antorchas salen de sus casas
en frenética danza en su honor.
Ella los escucha son sus hijos
y despierta del embrujo.
Presurosa llega al pie del templo
asciende por los escalones
su manto besa la piedra fría
inundando de luz todo a su paso.
Al llegar a lo alto
la diosa se desprende de la Tierra
y se eleva para ir a descansar al firmamento.
Los danzantes extenuados
regresan a sus hogares satisfechos
ha vuelto la luz
el temor a la ira de sus dioses ha desaparecido.
Kukulkán repta por la pirámide
imponente desafiante
Ixchel lo mira desde su refugio . . .y tiembla.
Dentro de la espesura
sin vida yace el cuerpo del dios Jaguar . . .
Ruth Pérez Aguirre- México al poeta Rafael Jesús González
Il Messico si guadagna la ribalta in mille modi nel “suo” anno.
Ecco i miei primi videoconsigli del 2012 per farsi una idea meno provinciale di questo meraviglioso Paese.
Dos Ciclos Short Film
Diretto da Rodrigo de la Mora Darío López Ortega aka “The Panchits”.
Questo Short Film è stato girato per il “Bicycle Film Festival” (www.bicyclefilmfestival.com) con una Canon 7D ed una 550D.
La prima è stata a New York. Il rider é Oscar Espinosa, che vediamo all’opera per le vie di Città del Messico, mentre la musica è dei mitici (almeno per me che li seguo da anni) Nortec (più esattamente la Panoptica Orchestra: http://myspace.com/panopticaorchestra)
Fronteras (Capítulo 7)
La serie ‘Fronteras’ è un ciclo di otto episodi girati per il canale TNT.
Dopo aver saltato il backstage vale la pena seguire il lavoro del vocalista dei Café Tacvba Rubén Albarrán che si è unito al regista Ángel Flores Torres per girare l’episodio dedicato alla montagna Sacra Wirikuta, la Val di Susa messicana (l’analogia non è riferita alla TAV ma all’attacco portato ai territori sacri di tutto il mondo).
Il corto si intitola “Entre lo profano y lo divino”.
In chiusura un video dal mood decisamente ottimista proveniente ancora da Città del Messico: Somos Paz – Sonidero Mestizo
«Di fronte allo spettacolo del mondo attuale, ci si dice ovviamente che il peggio può sempre arrivare: una guerra atomica, epidemie, catastrofi naturali, ecc., capaci di causare la scomparsa dell’umanità. Per questa ragione, certe voci si fanno udire per annunciare che i flagelli descritti nell’Apocalisse si abbatteranno sulla Terra. È vero che l’Apocalisse predice la fine del mondo: è scritto. Ma, in realtà, gli avvenimenti non sono mai assolutamente determinati: possono prendere un orientamento del tutto diverso, a seconda del comportamento degli esseri umani. Non esiste niente che sia già prestabilito, non esiste un destino irrevocabile, né per una persona né per il mondo intero. Dio non è un tiranno che decreta cataclismi ai quali nessuno possa rimediare. Ha creato gli esseri umani con una volontà libera, ed essi dispongono del proprio avvenire. Se vivono nell’incoscienza e nel disordine, scatenano delle correnti caotiche, e allora, ovviamente, le leggi della Natura – che sono le leggi della giustizia – li portano verso le catastrofi: è matematico. Ma se essi decidono di rinsavire, se proiettano attorno a sé forze armoniose, se non turbano più l’equilibrio della Natura, molti mali possono essere evitati». Omraam Mikhaël Aïvanhov
I nostri desideri li abbiamo spediti in cielo scritti su una lanterna cinese. Buon 2012 a tutti
Sapevo che il 2012 avrebbe portato una valanga di articoli sui miei fratelli Maya (mi ostino per rispetto a scriverlo in maiuscolo) e sulle profezie con relative saputelle interpretazioni, ma le idiozie che sto leggendo da qualche tempo a questa parte basterebbero a far desiderare quanto meno un Nuovo Inizio.
Sembra che, abituati a raccontare le marachelle di Berlusconi, i giornalisti si siano trasformati in “gossippari” da due soldi, e con questo stile affrontano ormai ogni argomento.
Tra tanti “sarebbe”, “si dice che” e le troppe presunte certezze ostentate dove meno te l’aspetti sembra di assistere a una mega puntata di Voyager.
E’ comunque sempre interessante osservare come chiunque ne abbia mandato (o voglia, come nel caso dei blogger) faccia il suo lavoretto cercando di agganciarsi al tema “Maya-2012-fine-del-mondo” osservando dalla propria (quasi sempre limitata) prospettiva.
Imbarazzato, vi propongo una prima, deprimente rassegna di banalità all’italiana, ricavata partendo semplicemente da google.
Con un consiglio: documentatevi, e poi scegliete anche voi la vostra personalissima prospettiva per andare incontro a questa meravigliosa opportunità.
TEGUCICALPA – Il 2012 sarà l’anno dei Maya. La profezia che fissa al prossimo 21 dicembre la fine del mondo ha creato ondate di panico e polemiche per una …
Prima parte: Ariete/Cancro A menare rogna hanno cominciato i Maya secoli fa, dicendo che nel 2012 sarebbe finito il mondo. La verità è un’altra: quando si ..
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Questa data è stata estrapolata da una profezia Maya basata a quanto sembra su calcoli matematici ed astronomici, materie queste su cui i Maya basavano la …
La profezia dei Maya, sulla presunta fine del mondo nel 2012, raccontata dalla famiglia dei Paperi. ROMA – Grande apprensione a Paperopoli per l’arrivo del …
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Il 2011 va in archivio. Con sé porterà negli annali il percorso travagliato e difficile del Foggia. Nato sotto la cattiva stella di Lucca, degli errori di …
… proprio di vedere nel 2012 i frutti di ciò che abbiamo seminato nel 2011. – Per il mondo spero proprio che il calendario Maya non ci azzecchi! immagine.
Cari Maya, auguri di buon anno. L’ultimo, a quanto pare. Anche se noi, francamente, avremmo un’idea un tantino differente… capiamo quanto anelate a veder …
A Copan Ruinas, in Honduras, è partito il conto alla rovescia per la profezia Maya che, stando alle scritture dell’antica civiltà, si dovrebbe compiere il …
In questo atto il Presidente annunciava, con strepito, la fine della civiltà Maya e l’entrata dell’Honduras nella nuova era della pace, denominata “regno …
LECCE – Anno 2011 ormai prossimo ad essere archiviato con la contentezza di tutti anche se il futuro dell’Italia non sembra esser poi così rassicurante. …
Le stelle smentiscono le previsioni apocalittiche dei Maya, ma il 2012 non … La prima, è non ci sarà la fine del mondo, le previsioni dei Maya sono una …
Con la fine del 2011 e l’arrivo dell’imminente 2012, spaventa di più i milanesi la “terribile” Area C che la profezia dei Maya, con la relativa “fine del …
Se qualcuno nutre dei legittimi dubbi sulla veridicità della profezia Maya, che indica nel 2012 l’anno della fine del mondo, è pur vero che il pianeta non …
Non è la fine del mondo, ma una nuova creazione, spiegano gli studiosi più attenti del pensiero maya. Il 21 dicembre 2012, però, finisce il quarto «computo …
La Riviera Maya ha ricevuto nel 2011 quasi il 30% di tutti i turisti arrivati in Messico via aerea, il che la porta per fine anno al traguardo dei 3,5 ..
Se l’hanno detto i Maya, deve essere vero per forza. Ci viene assicurato che a fine anno il mondo chiuderà bottega e, finalmente, come per una sorta di …
Prima ancora a partire dal 199* ci sono state decine di post in altri blog (“cancellati” dalla memoria collettiva a seguito della chiusura recente di splinder) e altrettanti aggiornamenti di un enciclopedico sito dedicato al Messico che, dopo aver avuto un dignitosissimo successo, è stato cancellato senza che io mi opponessi al momento del passaggio da tripod a lycos (o viceversa, non ricordo bene).
Che si tratti di splinder, lycos, tripod o wordppress (per non parlare delle potenzialità della timeline di facebook tanto per fare un esempio) ho sempre cercato di ascoltare la vocina che mi chiedeva di raccontare il meglio di quell’altrove che, dopo essere stato teatro della mia vita per lunghi periodi, è ancora oggi destinatario delle mie più elevate vibrazioni.
E siccome con l’arrivo del 2012 probabilmente se ne sentiranno di tutte i colori, cercherò di fare buona informazione come è sempre stato nello spirito di vadoinmessico.com.
Inevitabilmente so già che nel farlo molti ricordi affioreranno.
Questo video che allego ad esempio mi ricorda quella volta che rispondemmo all’invito di Aumara e dell’Abuelo Antonio a partecipare all’incontro delle 13 Abuelas a Huautla de Jimenez, nella terra di Maria Sabina.
E’ su queste montagne, tra questa gente, con queste guide che io e Nico ci siamo riconosciuti.
E’ su quella pista, dove nei primi anni ’70 atterravano i piper con a bordo stelle del rock come Mick Jagger per conoscere l’esperienza psichedelica, che ho visto il mio cuore aprirsi come se fosse il portone di un bellissimo tempio verde smeraldo, al cospetto da due guardiani alati.
Accudito dalle preghiere della nipote di Maria Sabina, nel corso delle quali ho sentito pronunciare più volte il mio nome, ho partecipato alla cerimonia più dolce e piacevole tra quelle che le piante sacre mi hanno donato sino ad oggi.
E’ soprattutto per un sincero sentimento di riconoscenza che scriverò ancora di più per il Messico, di tutto quello che cercheranno di dirci i suoi figli nel 2012..
«Non ci sarebbe niente di peggio di una società di crescita senza crescita.
È evidente che una politica economica incentrata su una drastica diminuzione dei consumi creerebbe, data l’attuale struttura del sistema produttivo, una drammatica riduzione della domanda globale e dunque un aumento significativo della disoccupazione e del disagio sociale.
Non è questa dunque la prospettiva della decrescita» Mauro Bonaiuti
Natale 2011
Non è un mistero: quest’anno in Natale è arrivato nel bel mezzo di una crisi economica.
Con i prezzi alle stelle e Equitalia alle spalle (..) in molti hanno deciso di comprare pochi regali e spendere poco in generale per cenoni e addobbi.
Al tempo stesso le ultime parole dell’anno pronunciate dai ministri-economisti continuavano abbastanza pateticamente a sostenere la tesi della crescita a tutti i costi, subito dopo aver firmato decreti che diminuivano di fatto il nostro potere d’acquisto. In questa vistosa incongruenza emerge finalmente il messaggio del Natale, che entrando nelle case per quello che è, si alleggerisce (almeno in parte) di pesanti zavorre consumistiche alle quali avevamo fatto serenamente il callo.
Comprare tanti regali per molti era diventato quasi un automatismo: entrare in un centro commerciale con una idea vaga di cosa prendere ed uscirne con le buste piene e le tasche vuote, consapevoli che pochi giorni sarebbero iniziati i saldi che avrebbero consentito di risparmiare almeno la metà.
La pacchia è finita, finalmente. Sempre meno casualmente, come ogni animale che si rispetti anche il genere umano italiano di fronte alle difficoltà sta evolvendo, selezionandosi, aprendo nuove prospettive per quelli che stanno sviluppando un sano istinto darwiniano di sopravvivenza.
Se ha ragione Lipton (come credo) l’ambiente circostante determinerà il successo di questo cambiamento.
Vale a dire che o usciremo dalla crisi condividendo con più persone possibile un ideale di decrescita serena o ci ritroveremo ancora una volta a sognare un mondo migliore guardandolo magari da un’oasi protetta.
Penso a questo e ad altro mentre siamo già nell’ultimo anno del calendario maya e l’urgenza di un Nuovo Inizio si fa sentire forte e chiara. Insomma, Buon Natale anche da parte mia, ma soprattutto decrescente felice anno nuovo!
“Every plan I’ve made’s
Lost in the scheme of things
Within each lesson lies the price to learn
Every hope I hold lies in my arms And there you stand Making my life possible Raise my hands up to heaven But only you could know“
Forbidden colours
LA CRISI? E’ UN’OCCASIONE PER CAMBIARE VITA
di Simone Perotti – 24 dicembre 2011
Di colpo, con la recessione, molti connazionali hanno scoperto la necessità di ridimensionare i consumi. Ma è una scoperta intempestiva: questa crisi è un’opportunità per capire che un modo diverso di vivere è possibile
Auguri Italia, cresci questa volta o sarà troppo tardi
Jacopo Tondelli
La crisi morde davvero e non c’è più nemmeno Berlusconi cui dare la colpa. L’Italia, a queste Feste di fine anno, si presenta nuda e quasi in balìa degli eventi. Invece di pensare, insieme, a come affrontare i territori ignoti del futuro, si preferisce dividersi secondo vecchi schemi, che illudono e rassicurano ognuno delle sue certezze. La durezza del momento è così un’opportunità per guardare in faccia il paese, le sue potenzialità, i suoi limiti strutturali. E le responsabilità e i meriti di ciascuno di noi.
L’Italia che ha festeggiato “senza se e senza ma” l’arrivo del governo tecnico dovrebbe provare oggi almeno un po’ di imbarazzo.
Capisco che l’obiettivo principale per molti fosse cacciare Berlusconi, ma non si può più far finta di non capire che nello spostare l’attenzione su questo nobilissimo scopo si siano omesse molte altre necessarie considerazioni.
Passare dalla padella alla brace in 17 giorni telecomandati dalla lobby delle banche europee non è stato decisamente un momento nobile nella storia del nostro Paese, piuttosto abbiamo assistito a una più o meno inconsapevole resa incondizionata che ci lascia in una posizione scomoda e dolorosa (ogni battuta seppur scontata é benvenuta).
Complice una stampa genuflessa, l’asse franco-tedesco è riuscito ad ottenere dall’Italia sacrifici della cui entità non siamo ancora del tutto consapevoli, e sulla cui efficacia è lecito dubitare. Bisognerebbe avere a disposizione più analisi trasparenti e pareri sinceri per valutare la bontà dei provvedimenti adottati, ignorando per un momento l’effetto immediato sul nostro reale potere d’acquisto, ad esempio sul costo dei carburanti.
Il video che propongo qui in alto è una delle massime espressioni della filosofia trash romana, lo ammetto, ma parlando di Monti spesso più della sostanza mi sembra che si stia commentando l’apparenza.
Pare che per molti sia motivo di soddisfazione infatti essere passati nelle mani di un signore dai modi eleganti. Questa cosa mi ricorda tanto mia madre che avrebbe voluto vedermi tornare dal lavoro sempre in giacca e cravatta.
Capisco la sensazione da “dopo Berlusconi”, ma non ci stiamo accontentando davvero di poco?
Davvero vedere l’altro giorno il primo ministro “tecnico” in conferenza stampa accompagnato da persone che come lui vestivano grigi completi non vi faceva una certa impressione?
A me onestamente sembrava una macabra rappresentazione dell’ultima cena, solo che questa volta il tradimento sarebbe stato alle spalle di una intera Nazione.
Frida Kahlo's - Last-Supper
Gli evangelisti del governo da tempo fanno parte della ”comunità di pratica” di Monti (chiamiamola così): sono l’espressione di una cultura economica che era già tra noi , che nasce nelle aule di una potentissima università, tra i dogmi politici della chiesa cattolica e gli interessi delle banche e delle assicurazioni (per non parlare di altri poteri forti come i produttori di armi e le innominabili famiglie potenti d’Italia, una delle quali ha anche una fabbrichetta di auto).
Insomma è rinata dalle sue stesse ceneri la nuova versione (rinforzata da anni di lavoro “occulto”) della DC, che nulla ha a che fare con le richieste di cambiamento (profondo) che arrivano continuamente dal basso, né tantomeno con i motivi che spingono le persone ad entrare in una chiesa o ad avvicinarsi ad una religione. Ora possiamo defintivamente parlare di un governo di “cattoeconomisti” (se il termine non esiste lo conio io): non a caso Alfano ha già sganciato la Lega per avvicniarsi senza ostacoli al beato mondo di Casini&Co.
Come andrà a finire?
Ancora una volta la differenza, se ci sarà, verrà dalla nostra capacità di risultare “assenti” quando faranno l’appello, portando nelle nostre vite in modo sempre più tangibile la visione possibile di un’altra economia.
Speriamo che questa sia davvero l’ultima cena di una casta che non può durare a lungo.
La mia casa continuerà a viaggiare su due gambe e i miei sogni non avranno frontiere. (Ernesto Che Guevara)
Il fine settimana appena passato è stato all’insegna della Famiglia: venerdì é stato il compleanno di mia madre, mentre domenica abbiamo festeggiato quello di mia sorella.
Proprio mentre eravamo al ristorante Miralago mia sorella Costanza mi ha espressamente chiesto di citarla nel blog, dimostrando così di essere una delle due-tre lettrici dei miei post.
La sua richiesta così inaspettata mi ha fatto piacere, e per un attimo mi ha ricordato la canzone “Angeli negri” di Fausto Leali … ”Pittore ti voglio parlare”, ma nella parodia irresistibile di Ugo Tognazzi.
Così irresistibile che ho aspettato uno spunto per un post tutto incentrato sulla Famiglia.
Poi stamattina, portando a spasso i nostri due cagnetti Nando e Pippi, mi è venuto in mente il titolo, elegante e malinconico come solo Mastroianni poteva essere.
Anche quello della Famiglia è un concetto malinconico: si cresce insieme, si ride insieme, si piange insieme, poi a un certo punto ognuno va per la propria strada e anche ritrovarsi tutti insieme intorno ad un tavolo diventa un’impresa. La vita non tiene nulla per sé, il che è un bene ma a volte fa male, e mentre ci fa provare tutti i suoi sapori, dal dolce all’amaro, la famiglia si allarga e si restringe continuamente.
Solo alla fine delle nostre vite forse capiremo davvero il senso di questo percorso che condividiamo con gli altri come fosse una staffetta. Quando ci si ritrova per festeggiare un compleanno siamo tutti felici di aver colto quell’opportunità, nonostante i mugungi che accompagnano l’organizzazione e la scelta di ristoranti quasi mai comodi per la maggiorparte degli invitati, anche se poi c’è sempre il rimpianto di qualcuno per qualcun altro che non è presente.
famiglia - foto di Nicoletta Valdisteno
Ma vale sempre e comunque la pena dare priorità alla Famiglia.
Anche per Andrea (il mio fratello gemello) che è venuto dal Messico per l’occasione, questa volta senza la moglie Monica.
C’erano Luigi e Daniele e c’era ovviamente anche Nicoletta: la famiglia, dicevamo, si allarga, e quando si arricchisce di nuovi “personaggi” la nostra storia familiare sembra quasi messa alla prova, nel confronto contaminante con percorsi convergenti.
E poi ci sono gli amici e le amiche.
Come Teresa, che è la mia sorella galattica incontrata anni fa sulle spiagge del Messico e che ora vive in Norvegia con la sua figlioletta indaco di nome Ada. Anche lei ha festeggiato il compleanno il 25 novembre: che coincidenza!
Per un lungo periodo proprio viaggiare (e tornare) mi ha fatto sentire la “fratellanza” di tante altre persone che ovviamente vorrei vedere più spesso: da Don Juan che ieri mi ha mandato i saluti tramite Aumara (via facebook!), a Maria che in questo momento non sta tanto bene, a Lorenzo che sta per partire ancora una volta per Playa ospite della nostra sorellina Elena, a Luca che mi invita continuamente ad andare a trovarlo in Nuova Zelanda, a Oscar e Juan che tengono sempre acceso il fuoco del Temazcal, a Marco e Manuela che abbiamo rivisto insieme a Francesco e Ila al concerto di Rodrigo e Gabriela, a Marta e Andrea che stanno per lasciare Roma, ad Antonella che c’è sempre stata, a Sommer e Brandy “diversamente sorelle”, a Maurizio che aspetta di mettere a posto il suo furgone, ad Adam e la sua Bibi, a Gianmichele e il suo despacho, a Doc e i suoi bambini in Nepal, a Lobsang che insegna filosofia tibetana in India.. .
E la lista potrebbe proseguire a lungo, ma finirei per non citare involontariamente una sfilza di persone : non ci posso far nulla, ho questo vizio di legarmi ai ricordi e alle persone che hanno camminato almeno per un tratto insieme a me.
So però che “state tutti bene” , o per lo meno che ci state provando, perché anche io ci stavo provando quando vi ho incontrato.
Oggi ho la fortuna di fare gli incontri più importanti ogni giorno, senza nemmeno uscire da casa, proprio come avevo immaginato leggendo “L’Alchimista” tanti anni fa.
Per chi continua a cercare c’è sempre un tesoro da trovare, una nuova vita da inventare.
Come ha fatto Andrea, che chiamavamo affettuosamente Brò: ieri sono passato al negozio di Luca in via Marmorata e dopo il terzo aperitivo mi ha dato le coordinate per andare a vedere che fine avesse fatto il nostro comune amico. Chi sta meglio di lui?
Quando ti si sgretola il pavimento sotto, resistere o arrenderti sono due facce della stessa voglia di distruggerti. Per un po’ ho resistito, e poi mi sono arreso… Finché non ho pensato che c’era anche una terza strada: fuggire, andarsene per sempre, smettere di prendersi in giro con la speranza che domani qualcosa possa cambiare… (da “La polvere del Messico”, Feltrinelli, 1996)
Cominciare a parlare di Messico citando Cacucci è abbastanza scontato.
Ma forse me lo posso permettere: mentre lui pubblicava “La polvere del Messico” io iniziavo la mia lunga serie di viaggi verso quell’insieme meraviglioso di luoghi, persone, sensazioni. Dopo 11 inverni trascorsi “dal tramonto all’alba” in questo nuovo “altrove” oggi covo dentro di me la convinzione immodesta di essere stato semplicemente richiamato da questo Paese, sul quale ho scritto (e scriverò) decine di post senza mai ritenermi soddisfatto delle parole usate per raccontarlo.
"Voglio vivere così" - foto di Nicoletta Valdisteno
Ho usato la parola richiamato perchè ogni volta che sono andato in Messico, già dalla prima volta, mi sono sentito a casa, in un posto conosciuto da sempre. A nulla fino ad oggi sono valsi i miei poco convinti tentativi di tagliare questo cordone ombelicale.
Sono ormai almeno tre anni che non mi faccio vedere da quelle parti, eppure non sento questa distanza: ogni volta che passa una immagine del Messico in tv mi blocco e pronuncio la famosa frase “Mi paìs, mi gente, mi pueblo” con la mano sul cuore.
La nostra casa somiglia da tempo a una piccola ambasciata del Messico: a dirla tutta proprio di recente alcuni pezzi di artigianato simil-religioso hanno guadagnato la ribalta della parete principale del salone.
Li abbiamo acquistati nel negozio del primo abitante italiano di Playa del Carmen, un antesignano di Cacucci che ancora oggi ogni tanto sale sulla sua BMW tutto-terreno per andare a comprare qualche pezzo raro da rivendere ai turisti. ”Playa”. La mia vita si potrebbe dividere tranquillamente tra una vita “prima” e una vita “dopo” Playa.
Oggi, quando qualcuno ne parla come di una località turistica (ignorando probabilmente molti suoi aspetti che la legano ancora al soprannome “Playa del Karma”) ne soffro un po’.
“Playa” è il nome di una enorme calamita che ha avuto la forza di attrarre e cambiare persone provenienti da ogni parte del mondo. Se ne parla, giustamente, come di una persona.
E poi .. il Messico.
Saranno i suoi contrasti, o le difficoltà che usa per mettere alla prova i motivi per cui lo visiti.
Sarà la sua varietà di sapori, colori, paesaggi.
Sarà la sua storia antica e moderna, così importante per tutti noi che non abbiamo nessuna fretta di conoscere il futuro.
Saranno le sue piramidi, i suoi segreti così ben disposti a farsi scoprire.
Fatto sta che nel mio petto batte inequivocabilmente un cuore messicano. Così è stato anche ieri al concerto di Rodrigo e Gabriela all’Auditorium di Roma, dove questi due pazzi scatenati ci hanno mitragliato con raffiche di note magistralmente suonate con le loro irriverenti chitarre.
Viva Mexico, cabrones!