“Diamoci (il) da fare” : è questa la vera moneta alternativa

“Diamoci (il) da fare” : è questa la vera moneta alternativa

Quando pensiamo all’altrui felicità,
affidiamo agli altri,
e sogniamo a nostra insaputa,
una nuova forma di realizzazione dei nostri desideri
e ciò può renderci più egoisti di quando pensiamo alla nostra felicità personale.
(da Colori proibiti Yukio Mishima)

Pane al pane foto Nicoletta Valdisteno
Pane al pane foto Nicoletta Valdisteno

Questa mattina abbiamo iniziato bene la giornata parlando con Fabio e Valentina di monete alternative: tra un cornetto e un cappuccino (pagati peraltro con un buono pasto) abbiamo commentato l’articolo scritto sul tema da Ricccardo Luna per Repubblica.
All’ordine del giorno avevamo già uno stimolante progetto che propone soluzioni collettive a una comunità aziendale per aumentarne il potere reale d’acquisto.  Siamo tutti in cerca di segnali positivi e direi che li abbiamo colti: l’articolo non poteva scegliere giorno migliore per essere pubblicato.

Poi però, tornando a casa, mi sono soffermato sul concetto di moneta alternativa.
L’idea mi piace ma ho bisogno di ridefinire il concetto. Ho osservato che già oggi in molte comunità virtuose (tra queste le Transition Town o gli ecovillaggi) ciò che si produce in eccesso non si vende ma si regala o si scambia “alla pari”.
E’ chiaro che in una visione del genere il ruolo della moneta (seppur alternativa) è fortemente ridimensionato, direi quasi circoscritto,  a tutto vantaggio del bene stesso, che è il risultato diretto  della abilità del singolo membro della comunità di produrre  i beni di cui ha bisogno. Quelli prodotti in eccesso non verranno accumulati ma gli permetteranno di entrare nel magico mondo del baratto.

Quindi la vera moneta è la nostra abilità nel “saper fare”, abilità spesso atrofizzata o non ritenuta necessaria da questo modello di società.

Credo di aver capito solo ora il vero significato dell’espressione “Diamoci da fare”: diamoci “il” da fare, “Scambiamo il nostro saper fare”. Fantastico!

Anche io come molti altri ho iniziato da non troppo tempo a sentire il bisogno di “saper fare”.
Credo però che la vera scintilla sia scoccata un grigio mattino di dicembre.

Quel giorno, soprattutto grazie alle insistenze di Nico, per partecipare al corso di panificazione organizzato dalla Università del Saper Fare di Roma avevo deciso di andare al lavoro qualche ora più tardi.

Le mie obiezioni (dovute più che altro al senso del dovere inculcatomi dalla mia benedetta famiglia) sono diventate meno sostenibili quando il portatile che mi consente di lavorare si é auto-fulminato con un gesto fortemente simbolico alla Yukio Mishima,, sottraendosi al suo ruolo centrale e mettendomi di fronte a un bivio senza più alibi.
E’ stato così che ci siamo ritrovati a Casetta Rossa (spazio pubblico per l’autogoverno alla Garbatella, Roma, Italia) a manipolare la nostra preziosissima e ultracentenaria Pasta Madre proveniente dalla Sardegna, fornita dagli “spacciatori” del Pasta Madre Day.
Insieme a noi, intorno a un tavolo,  una dozzina di persone: erano prevalentemente donne, che poi abbiamo scoperto essere dedite in buona parte ad attività alternative come yoga prenatale, consulenza su fattorie didattiche, orti urbani, etc etc.

  • Il bello dell’Università del Saper Fare è che i docenti sono semplicemente persone che hanno imparato a “fare cose” e si mettono a disposizione per insegnarle a chi  si avvicina ai corsi. Costi contenutissimi (3-4 euro) e competenze reali: senza troppi preamboli si passa al “fare”, poi chi vuole potrà approfondire o contattare i docenti via mail o sulla pagina di facebook.

Ci siamo imbattuti nei corsi quasi per caso (direi “sharendippamente” visto che il gancio iniziale è arrivato da facebook) anche se stiamo investendo le nostre energie migliori proprio sul percorso virtuoso che porta alla Decrescita Felice.
Un osservatore di parte come me direbbe che ci sarebbero ancora ampi margini di miglioramento sul tema della condivisione di conoscenze “prima” e “dopo” ma, visto che nell’ambiente si respira una moderata resistenza alla tecnologia compensata da una gran voglia di tramandare saperi, per ora va più che bene bene così.

Credo infatti di non aver mai visto un modo più virtuoso di questo di fare knowledge sharing: spontaneo, sereno, efficace. Tanto efficace che da allora la nostra produzione di pane (dolce, salato, alto, basso..) è diventata un modo in più di stare insieme, pensando a un futuro che proprio attraverso il “saper fare” può diventare più nostro proprio mentre torna nelle nostre mani.

Mani in pasta

Mani in pasta

Fare il pane é tecnicamente abbastanza facile (ma non lo sai davvero finché non ti sporchi le mani), lascia un buon margine alla creatività individuale e poi … mette allegria (mi riferisco soprattutto al momento dell’assaggio del pane appena sfornato, sempre preceduto da una certa impazienza).

Banda della Maglia

Banda della Maglia

Ormai siamo diventati anche noi “spacciatori” di Pasta Madre: la parte eccedente di questo organismo vivente la regaliamo ogni settimana a chi ce ne fa richiesta fornendo (e pochi giorni dopo ricevendo :) ) consigli in base alla nostra esperienza diretta.

Siamo nel 2012 ed ormai i tempi per un Nuovo Inizio sembrano più che maturi.
Per una volta mettiamo da parte le visioni apocalittiche per vedere in questa impegnativa fase della storia moderna l’opportunità  di tornare a fare le cose, magari insieme ad altre persone.

Tra l’altro partecipare a questi corsi migliora notevolmente il senso del luogo in noi “diversamente romani” (sempre pronti a cogliere l’occasione che ci porterà altrove): è una gradevole forma di vicinato elettivo che mi ricorda tanto un mio progettino (dohab.it).
Anche per questo bisogno di sentirci in buona compagnia negli ultimi mesi abbiamo partecipato a quasi tutto quello che ci è capitato (dal corso di Comunicazione Non Violenta  a quello di compostaggio), pur mantenendo la nostra libertà di scegliere cosa fa davvero per noi. E sabato ci attende il corso di Permacultura organizzato da Il Cambiamento che (speriamo!) ci aiuterà a ricreare l’esperienza degli Orti (poco) Sociali nel nostro ambizioso spazio condominiale.

Folco Terzani, 42 anni, scrittore e documentarista, autore di “A piedi nudi sulla terra”

Folco Terzani, 42 anni, scrittore e documentarista, autore di “A piedi nudi sulla terra”

PS – siamo qui per imparare e un consiglio ve lo posso dare anche io: prima di dire “si” a tutto ricordatevi di non bere una pinta di birra a stomaco vuoto.
Altrimenti vi troverete come me, unico uomo al corso di uncinetto organizzato dalla Banda della Maglia.

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